“CASE MATTE” … IL TOUR

santa maria p. fotoROMA. Era il più grande  Manicomio d’Europa.” Case matte”, il tour teatrale  che si snoderà attraverso i vari manicomi dismessi d’Italia, il 17 0ttobre toccherà anch’esso e “Studio azzurro”, che ha curato  l’ allestimento multimediale  del “Museo della mente”, fa precipitare il visitatore nella realtà atroce e sconvolgente del Santa Maria della Pietà, 41 edifici   disseminati in 130 ettari di  parco. Una camera di Ames  per dimostrare come il nostro sistema percettivo possa essere tratto in inganno quando si introducono nell’ambiente delle varianti che alterano  gli schemi visivi a cui siamo abituati. È lo  stesso meccanismo che ci porta involontariamente a stigmatizzare la diversità: preferiamo ciò che  riconosciamo come familiare. Poi  si passa alla stanza dei ritratti realizzati negli  anni ’30 da Rigetti- che attraverso l’arte riconosceva i  segni della diversità delle persone che la psichiatria non ammetteva considerando tutti i malati di mente accomunati dallo stesso destino-, alle dimore del corpo- dove ,imitando  i movimenti ossessivi dei malati di mente,  si innescano meccanismi  che permettono di udire voci di pazienti che raccontano la loro storia. La farmacia dell’epoca e la tristissima realtà dell’istituzione chiusa: la fagotteria – povere cose imbustate e legate con uno spago-, la stanza del medico e la camera di contenzione dove i pazienti venivano legati ai letti e lì rimanevano per diversi giorni. Infine il tavolo da elettroshock. Una serie di  video, da quello che vede protagonista il dott. Franco Basaglia – sostenitore  della necessità di una legge cambiamento-, a quello che illustra i vari laboratori, a quello che illustra la prima comunità terapeutica del Lazio , a quella denominata Peter Pan  illustrano fattivamente le applicazioni della 180. Un video che colpisce particolarmente è costituito dalla testimonianza  di un infermiere dell’epoca , tale Vincenzo Boatta: “….il lavoro degli infermieri è molto difficile e si mettono in moto meccanismi spontanei di autodifesa psicologica. Si instaura un adeguamento alle regole e, con il ripetersi di queste situazioni, si viene inglobati  in metodi istituzionali senza rendersene conto, divenendo, allo stesso tempo, strumento e vittima delle repressioni manicomiali. Ma noi no, noi non ne potevamo piu ’. Specialmente da quando avevano fatto l’elettroshock a quella ragazza incinta. Nessuno voleva assistere alla cosa, tutti avevano trovato scuse per defilarsi e , alla fine, una dottoressa  aveva urlato dicendoci che stavamo volontariamente e senza nessun motivo interrompendo una terapia medica .La ragazza era morta ed il bambino pure. Era grossa, di quasi sette mesi . Non ne potevamo più  di vedere persone senza presente e senza futuro, abbrutite dalla malattia e dall’ozio. Qualcuna ancora interagiva, qualcuna sentiva ma non parlava, qualcuna piangeva dalla mattina alla sera, qualcuna mangiava con le mani, i più non mangiavano proprio .Erano persone , come me e te. E allora cominciammo ad inseguire tutti “i capoccioni” del Santa Maria. Medici, monache, dirigenti del nosocomio e presentammo un corso pilota ,noi, gli infermieri .Tenevamo un diario quotidiano particolareggiato, occupammo il padiglione xxv e li mettemmo a fare qualcosa. Nessuno ci fermò . Pretendemmo tutto, dalle posate alla tovaglia, li aiutavamo nei loro bisogni primi. A mangiare, a sorridere . Ad aspettare domani. Antica